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Fossa delle Marianne: i segreti del fondo oceanico

09/10/2026

Fossa delle Marianne: i segreti del fondo oceanico

La fossa delle Marianne raggiunge una profondità di 10.935 metri nel punto noto come Challenger Deep, una cifra che, letta su carta, non trasmette quasi nulla della vertigine concettuale che comporta: a quella quota verso il basso, la pressione supera i 1.100 bar, l'equivalente di circa 1.100 atmosfere che premono su ogni centimetro quadrato di qualsiasi struttura vi si immerga. Siamo nel Pacifico occidentale, a sudovest delle isole Marianne settentrionali, in una zona remota che per decenni ha rappresentato più un limite cartografico che un oggetto di studio sistematico. Eppure, da quando nel 2012 James Cameron raggiunse il fondo con il suo sommergibile monopezzo e, soprattutto, da quando le missioni robotizzate hanno cominciato a restituire dati con continuità, il quadro che emerge è radicalmente diverso da quello di un deserto abissale inerte.

La biologia, la geologia, la chimica dell'acqua e persino la microbiologia hanno trovato nella fossa delle Marianne un laboratorio naturale di difficile eguaglianza: le condizioni estreme — buio assoluto, temperatura prossima allo zero, pressione colossale, assenza di fotosintesi diretta — non hanno prodotto la sterilità che ci si poteva aspettare, bensì ecosistemi peculiari, adattamenti molecolari sorprendenti, e dinamiche tettoniche che contribuiscono a ridisegnare la comprensione dei fondali oceanici. Le missioni più recenti, tra cui quelle condotte nell'ambito del programma HADAL dell'Università del Rhode Island e le esplorazioni cinesi con il sommergibile Fendouzhe, hanno ampliato considerevolmente il catalogo di osservazioni dirette, portando a superficie — metaforicamente e talvolta fisicamente — dati che richiedono anni di analisi per essere interpretati con precisione.

Quello che segue è una ricognizione delle conoscenze attuali sulla fossa delle Marianne, organizzata per ambiti disciplinari, con l'obiettivo di rendere conto della complessità reale di questo ambiente senza appiattirla su narrazioni semplificate.

Caratteristiche geologiche e struttura della fossa

La fossa delle Marianne è il risultato diretto della subduzione della placca del Pacifico sotto la placca delle Marianne, un processo che avviene a una velocità di circa 2–3 centimetri l'anno e che genera non soltanto la depressione abissale, ma anche un arco vulcanico insulare e una sismicità cronica che interessa tutta la regione; la forma della fossa stessa — allungata per circa 2.550 km con una larghezza media di 69 km — riflette la geometria del margine convergente, con pareti interne che scendono con gradienti estremamente ripidi, specialmente nelle zone prossime al Challenger Deep. La struttura sedimentaria del fondo è composta in larga parte da foraminiferi calcarei e particelle organiche che precipitano lentamente dalla colonna d'acqua sovrastante, formando uno strato soffice di fango abissale il cui spessore varia da pochi centimetri a diversi metri a seconda della posizione; questo sedimento non è uniforme, ed è soggetto a rimescolamento periodico causato da frane sottomarine innescate da eventi sismici, un fenomeno documentato con maggiore precisione grazie ai sistemi di monitoraggio installati negli ultimi anni sul fondale.

Sotto il piano sedimentario, le rocce basaltiche della crosta oceanica in subduzione conservano la storia geochimica di milioni di anni; le analisi condotte su campioni prelevati con bracci meccanici rivelano composizioni che testimoniano l'evoluzione del mantello terrestre e i cicli di riciclo della crosta, con implicazioni dirette per i modelli di dinamica interna del pianeta. La fossa delle Marianne, in questo senso, non è soltanto un punto geografico estremo, ma una finestra aperta su processi che si svolgono a profondità altrimenti inaccessibili.

Adattamenti biologici nelle zone hadali

Gli organismi che abitano la zona hadalica — convenzionalmente definita al di sotto dei 6.000 metri — hanno sviluppato strategie biochimiche e morfologiche che sfidano molte assunzioni consolidate sulla fisiologia degli organismi marini; tra i più studiati figurano gli anfipodi del genere Hirondellea gigas, crostacei di pochi centimetri che si muovono con sorprendente agilità sul fondo della fossa delle Marianne e che hanno sviluppato un sistema enzimatico capace di sintetizzare l'ossido di trimetilammina (TMAO), una molecola osmoprotettiva che stabilizza le proteine sotto pressioni che altrimenti le denaturerebbero irreversibilmente. La concentrazione di TMAO aumenta in modo quasi lineare con la profondità negli organismi marini, e negli abitanti del Challenger Deep raggiunge valori così elevati da conferire alle loro carni un sapore amaro caratteristico — dettaglio minore ma indicativo della pervasività dell'adattamento biochimico.

I cetrioli di mare oloturoidi, presenti in densità sorprendentemente elevate su alcuni tratti del fondo, svolgono una funzione ecologica analoga a quella dei lombrichi terrestri: ingeriscono il sedimento, ne estraggono il contenuto organico e rimescolano continuamente gli strati superficiali, favorendo la mineralizzazione e il riciclo dei nutrienti; la loro biomassa, misurata in alcune spedizioni, supera quella attesa in un ambiente così povero di input energetico, suggerendo che le cascate di materia organica provenienti dalla superficie — fenomeno noto come marine snow — siano più abbondanti e nutrizionalmente ricche di quanto i modelli classici prevedessero. Batteri chemioautotrofi, capaci di ricavare energia dall'ossidazione di composti chimici inorganici, completano la base trofica di questi ecosistemi, garantendo un flusso energetico indipendente dalla fotosintesi.

Contaminazione antropica e presenza di microplastiche

Una delle scoperte più perturbanti degli ultimi anni di esplorazione della fossa delle Marianne riguarda la presenza diffusa di contaminanti antropici a profondità che erano rimaste fisicamente isolate dalla superficie per millenni; le analisi condotte su campioni di anfipodi prelevati nel Challenger Deep hanno rilevato concentrazioni di policlorobifenili (PCB) e altri contaminanti organici persistenti superiori a quelle misurate in organismi provenienti da zone costiere industrializzate, il che indica che le correnti abissali, le cascate di sedimento e la precipitazione verticale di particelle trasportano inquinanti verso il basso con un'efficienza che i modelli oceanografici non avevano adeguatamente previsto. Le microplastiche sono state identificate sia nella colonna d'acqua sia nel sedimento di fondo: frammenti di fibre sintetiche, pellicole plastiche frammentate, particelle sub-millimetriche di polimeri diversi — un repertorio che riflette fedelmente la composizione dei rifiuti plastici distribuiti negli oceani di superficie.

L'accumulo di questi contaminanti in un ecosistema isolato e privo di meccanismi di degradazione sufficientemente rapidi pone domande serie sulla reversibilità del danno e sui tempi necessari perché la chimica del sedimento hadalico ritorni a condizioni preindustriali; la risposta, stando alle stime attuali, si misura in secoli, non in decenni, e ciò rende la fossa delle Marianne un archivio involontario della pressione industriale umana sugli oceani.

Tecnologie di esplorazione e limiti operativi

Raggiungere il fondo della fossa delle Marianne con strumenti in grado di raccogliere dati utili rimane una sfida ingegneristica di prima grandezza; i veicoli a pilotaggio remoto (ROV) e i lander autonomi che operano a queste profondità devono resistere a pressioni che rendono inutilizzabili la maggior parte dei materiali convenzionali, richiedendo soluzioni costruttive basate su ceramiche ad alta densità, sfere di vetroceramica per gli involucri strumentali, e sistemi di comunicazione acustica che sopperiscono all'impossibilità di trasmettere segnali radio attraverso migliaia di metri d'acqua. Il Fendouzhe cinese, operativo dal 2020 e aggiornato nelle sue suite sensoriali fino al 2025, ha dimostrato che i veicoli con piloti a bordo possono operare in modo ripetibile anche a queste profondità, aprendo la possibilità di campionamenti più precisi e di osservazioni dirette che i sistemi autonomi non possono ancora garantire con la stessa flessibilità.

La risoluzione delle mappe batimetriche del fondo è migliorata considerevolmente grazie ai sonar multifascio installati sulle navi di superficie e sui veicoli subacquei; la fossa delle Marianne è oggi mappata con una risoluzione di 25–50 metri in molte sezioni, ma alcune zone laterali restano documentate con precisione inferiore, lasciando margini di incertezza su morfologie che potrebbero rivelarsi ecologicamente significative. La raccolta di campioni biologici e sedimentari rimane il collo di bottiglia principale: i tempi di risalita, le variazioni di pressione e temperatura durante il recupero alterano spesso le caratteristiche chimiche e biologiche dei campioni, e lo sviluppo di contenitori a pressione mantenuta — sistemi isobarici in grado di preservare le condizioni del fondo durante il recupero — è uno degli obiettivi tecnici più attivi nella comunità oceanografica internazionale.

Implicazioni per la comprensione dei cicli biogeochimici globali

La fossa delle Marianne e le altre fosse hadali del Pacifico svolgono un ruolo attivo nel ciclo globale del carbonio che la ricerca ha cominciato a quantificare soltanto di recente; il sedimento hadalico accumula carbonio organico proveniente dalla colonna d'acqua sovrastante a tassi che, per unità di superficie, risultano superiori a quelli dei fondali abissali circostanti, perché la geometria a imbuto della fossa concentra le particelle in caduta e riduce la loro esposizione alla degradazione batterica durante la discesa. Questa capacità di sequestro non è trascurabile su scala globale: le fosse hadaliche, pur coprendo meno dell'1% della superficie oceanica totale, potrebbero contribuire a una quota del seppellimento del carbonio organico marino sproporzionata rispetto alla loro estensione, con implicazioni dirette per i modelli climatici a lungo termine.

Il riciclo dell'azoto e del fosforo segue dinamiche analoghe, con la comunità microbica del sedimento hadalico che svolge processi di denitrificazione e decomposizione in condizioni biochimiche ancora poco caratterizzate; le interazioni tra la tettonica attiva — che porta rocce fresche a contatto con l'acqua del mare durante gli eventi di subduzione — e la biochimica del sedimento creano ambienti geochimici transitori che potrebbero ospitare comunità microbiche altamente specializzate, finora non catalogate per mancanza di campionamenti sufficientemente sistematici. La fossa delle Marianne, in questo quadro, non è la periferia inerte del sistema Terra, ma un nodo attivo di processi che collegano la litosfera, l'idrosfera e la biosfera in modi che la scienza sta ancora imparando a descrivere con precisione.

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to